domenica 30 settembre 2012

Olivetti e la produzione italiana - 5di5

Negli anni 50’ l’Olivetti marcia verso un’espansione mondiale, oltre che ad un ampliamento strutturale, così come Adriano aveva progettato nel ven- tennio precedente. Il numero di impiegati nei vari livelli della società supe- ra le 40.000 unità, di cui la metà solo in Italia e il capitale aziendale, in continuo incremento, ammonta ad oltre 40 miliardi di lire. Infatti l’azienda ha terminato l’ampliamento della fabbrica.
Adriano ha commissionato a Luigi Cosenza uno stabilimento a Pozzuoli, un esempio di equilibrio fra architettura e paesaggio. Con l’azienda pilota di Pozzuoli, inaugurata nel 1955, sembra concretizzarsi anche nel territorio napoletano il sogno di Adriano Olivetti di una fabbrica modello, progettata a “misura d’uomo” ove sia finalmente assicurata dignità culturale e civile al lavoro manuale, coinvolgendo impiegati, operai, collaboratori esterni in un progetto di paziente costruzione dal basso, in una condivisione di fini e in una prospettiva unificante.
Nel frattempo invece, a Ivrea, Edoardo Vittoria progetta la sede per il Centro Studi e Annibale Fiocchi insieme a Marcello Nizzoli e Gian Antonio Bernasconi il Palazzo Uffici; costoro realizzano anche il Palazo Uffici di Milano. Altro importante edificio che sorge in questi anni ad Ivrea è la mensa di Ignazio Gardella, un luogo studiato con cura per rendere quanto più confortevole la pausa pranzo degli operai ed impiegati.

Nel 1952 a New Canaan, negli Stati Uniti, la Olivetti aveva già iniziato un’attività di studio e ricerca nel campo dei calcolatori elettronici. Nel frattempo con l’avvento dell’elettroscrittura, l’azienda ha prodotto due celebri macchine, che vengono lanciate nel mercato nel 1964, la Praxis 48 e la Tekne 3. Il design in questo caso è curato da un altro personaggio, destinato a scrivere la storia del design Olivetti, Ettore Sottsass.
Ma l’esperienza più importante prende forma a Pisa, dove Adriano costituisce un gruppo di ricerca, affidato all’ingegner Mario Tchou ed al figlio Roberto Olivetti, per sviluppare un elaboratore per applicazioni commerciali. L’Elea 9003, questo è il suo nome, è il primo calcolatore elettronico costruito in Italia e viene presentato dall’azienda di Ivrea nel 1959; nell’anno successivo vince il Compasso d’Oro per l’innovativo design, del quale se ne è occupato invece Ettore Sottsass.

Nello stesso anno la Olivetti stipula un accordo per rilevare il 30% delle azioni della Underwood, storica fabbrica americana di macchine per scrivere e da sempre principale concorrente sul mercato, con oltre 10 mila dipendenti. Con l’Elea ha inizio nell’azienda una ricerca e sviluppo tecnologico senza precedenti, risultato sono il computer portatile Programma 101 (1965), e la TCV 250, disegnate entrambe dall’equipe di un altro importante designer che inizia a collaborare con Olivetti, Mario Bellini.

Entrambe le macchine entrano a far parte della collezione Permanente del Museo d’Arte Moderna di New York. 

La Olivetti affiderà a Bellini il design della quasi totalità delle macchine per ufficio per il ventennio successivo, mentre Sottsass si occuperà principalmente dei sistemi di arredamento ed interior design.

Il 27 febbraio del 1960 muore improvvisamente Adriano Olivetti a causa di un attacco di cuore sul treno che lo portava a Ginevra.  (complotto??)

Adriano Olivetti - il più grande industriale italiano
Con la morte di Adriano e la crisi economica seguita al boom degli anni Cinquanta portano l’Olivetti a una difficile situazione finanziaria che accellera l'entra nel capitale dell’azienda di Ivrea un gruppo misto pubblico-privato, il cosiddetto “gruppo d’intervento” formato da FIAT, Pirelli e Mediobanca. Nell’aprile 1964, in sede di assemblea degli azionisti FIAT, l’allora presidente Vittorio Valletta rilascia una famosa dichiarazione: l’Olivetti “è strutturalmente solida e potrà superare senza grosse difficoltà il momento critico. Sul suo futuro pende però una minaccia, un neo da estirpare: l’essersi inserita nel settore elettronico, per il quale occorrono investimenti che nessuna azienda italiana può affrontare”. ---- e sì gli investimenti vanno fatti sulle automobili ---- Luciano Gallino dirigente di Olivetti, sostiene che “l’affermazione di Valletta fu fatta senza alcuna valutazione critica di politica economica. Non fu redatto alcuno studio, né è mai esistita traccia di una relazione di bilancio sulla Deo: la scelta di tagliare il settore informatico fu giustificata semplicemente dal prevalere di una considerazione personale di Valletta". E, secondo Giuseppe Rao, è verosimile che sulla vendita alla General Electric ci siano state pressioni direttamente da parte degli Stati Uniti. Con questi ultimi, del resto, le aziende del gruppo d’intervento avevano, se non un debito, quantomeno un vincolo solidale, dato che esse erano state le principali beneficiarie degli aiuti economici erogati in base al Piano Marshall nel dopoguerra.

L’azienda negli anni 60’ produce altri prodotti di successo, ancora sulla spinta degli ideali dell’appena morto Adriano. L’esempio migliore è la macchina da scrivere Valentine, che insieme alla Lettera 22 rimane uno dei prototipi più belli mai realizzati.

Nel ventennio successivo alla morte di Adriano, nel 1960, l’ideale dell’illuminato imprenditore è rimasto diffuso, finché le strategie di mercato volte al breve periodo ed al guadagno immediato non l’hanno definitivamente spento. Il 1978, l’anno di arrivo di Carlo De Benedetti, ha segnato un punto di rottura nella storia dell’azienda.

Gli articoli sulla storia Olivetti sono tratti da ricerche fatte sul web ed in particolare alla tesi di Matteo Riva (Design e comunicazione audiovisiva industriale) e tratte da “Il miracolo scippato. Le quattro occasioni sprecate della scienza italiana negli anni sessanta”, di Marco Pivato, Donzelli editore

sabato 29 settembre 2012

Riparazioni e rigenerazioni della macchina per scrivere

Se avete trovato una macchina da scrivere in un negozio di antiquariato, in soffitta, in cantina o in uno dei tanti mercatini cittadini vi potete ritenere dei fortunati, e sicuramente ora vorrete provare il brivido di un salto indietro nel tempo.

La vostra macchina ha il nastro esaurito, il carrello non si muove ed i tasti sono induriti, la carrozzeria presenta punti di ruggine e la macchina non funziona come dovrebbe? Trovare parti di ricambio e riparatori di macchine da scrivere è diventato sempre più difficile ma fortunatamente il nostro Museo/Laboratorio vi può aiutare a trasformare la vostra macchina per scrivere in una macchina nuova ed utilizzabile.

Preventivi gratuiti.

giovedì 27 settembre 2012

Macchine per scrivere speciali: Telex - Telescrivente


Da Wikipedia: Il termine telex (acronimo di TELeprinter EXchange) indica un sistema di telecomunicazione sviluppato a partire dagli anni trenta e largamente usato nel XX secolo per la corrispondenza commerciale tra aziende. Il sistema è costituito da una rete di comunicazione a commutazione di circuito, inizialmente basata su un sistema simile alla teleselezione telefonica, e da apparecchi terminali chiamati telescriventi o semplicemente, nell'uso comune, telex. Fu dunque a tutti gli effetti un'evoluzione del telegrafo per la comunicazione dati a distanza tra due utenti attraverso un terminale molto simile ad una macchina da scrivere ed un primo passo verso le future reti di calcolatori. Il telex è ancora in uso per particolari applicazioni quali la diffusione di notizie, bollettini meteorologici e comunicazioni militari. Nel settore commerciale è ormai sostituito dai servizi Internet. In Italia il servizio Telex è ufficialmente cessato alla fine del 2001

       

Olivetti: la produzione. Di Vincenzo Desiderato

La macchina per scrivere esce dall’ufficio
Dopo la storica Olivetti M1, presentata nel 1911, bisogna attendere il 1920 per l’uscita un nuovo modello, la M20, e il 1930 per vedere il terzo, la M40. Sono tutte e tre macchine standard, pesanti e massicce, destinate ad un uso professionale negli uffici. Ma per ampliare le vendite occorre rivolgersi a nuove categorie di utenti e nel 1932, poco dopo il lancio della M40, l’Olivetti presenta una macchina per scrivere portatile: è la MP1.
MP1 - foto di Vincenzo Desiderato
L’idea del nuovo prodotto parte da Gino Martinoli e Adriano Olivetti, che poi seguono da vicino il progetto sviluppato in tempi molto brevi da Riccardo Levi; il design è di Aldo Magnelli. Per il mercato non è una novità: altri concorrenti da tempo hanno in offerta macchine portatili, ma per l’Olivetti è un cambiamento importante: il progetto ha richiesto un uso diverso dei materiali, un design completamente nuovo e anche un diverso approccio della rete commerciale. Rispetto ai 17 chili della M1, la MP1 pesa “solamente” 5,2 chili; è alta 11,7 centimetri, quasi la metà della M1, ed è destinata oltre che al mondo degli uffici anche agli utenti privati.
Il design è più leggero, gradevole: la meccanica che nei modelli precedenti veniva ostentata quasi con aggressività, ora è in parte mascherata dalla carrozzeria; la struttura verticale, monumentale, della M1 viene appiattita e alleggerita, così che la macchina possa più facilmente inserirsi anche nell’arredamento di un’abitazione. Al tradizionale (e unico) colore nero della M1 e della M20 si aggiungono sette diversi colori (rosso, blu, azzurro, marrone, verde, grigio e avorio) – una variabile in più da gestire nell’organizzazione della produzione e delle vendite. Inoltre, si è dovuto investire in nuove filiali, nuovi negozi, nuovi venditori per costruire una rete commerciale capace di raggiungere in modo capillare anche i privati. Sono i primi passi verso il mercato di massa.
Nel 1933 vengono prodotte 9.000 MP1, contro 15.000 macchine standard: un risultato apprezzabile, tanto più che i mercati risentono ancora della grave crisi del 1929. Alla vigilia della guerra, nel 1939, la produzione di portatili (MP1) e semistandard (Studio 42, modello con cui nel 1935 l’Olivetti entra nel settore intermedio tra portatili e macchine standard) arriva a sfiorare le 20.000 unità. Anche la Invicta, società torinese controllata dalla Olivetti, dal 1938 produce MP1, che vende col proprio marchio. La produzione Invicta cesserà nel 1950, quando la società verrà totalmente incorporata nell’Olivetti e il marchio sarà abbandonato.

mercoledì 26 settembre 2012

La Pergamena

Il Furgault nelle Antichità greche e latine dice che pergamena appellavasi quella carta fatta di pelli perchè la migliore fabbricavasi a Pergamo città della Misia nell Asia minore. Essa era ben conosciuta dai Romani e da Cicerone viene menzionata sotto il nome di membrana; posteriormente e massime ne bassi tempi chiamossi ancora pergaminum e pergamenum. Incerto è tuttavia chi fosse l inventore della pergamena Plinio pretende che inventata fosse quella manifattura a Pergamo e che per questo nominata fosse pergamena egli aggingne che Eumene re di Pergamo sostituì la pergamena al papiro per effetto di gelosia contro Tolomeo re d Egitto, lusingandosi di superare con questo mezzo la grande di Alessandria i di cui libri erano se non che in papiro.

Gli antichi persiani secondo Diodoro Siculo scrivevano tutte le storie loro sopra pelli e gli abitanti della Ionia al dire di Erodoto ser vivansi di pelli di montone e di capra per iscrivere anche molti secoli avanti l'età di Eumene re di Pergamo. Può dubitarsi che quelle pelli fossero preparate in egual modo che la pergamena nostra sebbene forse con minore artifizio. In epoca posteriore si immaginò di pulire la pergamena colla pomice e di questo trovasi spesso menzione negli scrittori latini. Nel citato Dizionario delle Origini si asserisce non si saprebbe sopra quale fondamento che i primi operai non fabbricavano se non che una pergamena giallastra ma che in Roma trovossi il segreto di imbianchirla, poi ancora di tignerla cosicchè si distinsero tre sorta di colori il bianco che naturale credevasi della pelle il giallo che stendevasi soltanto sopra una faccia rimanendo l'altra bianca ed il colore di porpora che vedevasi dall'una e dall'altra parte.

Ardita è pure e difficilmente sostenibile l'asserzione che avanti quell epoca la pergamena servisse esclusivamente pei libri e il papiro egizio per i diplomi. Può ammettersi tuttavia che in que tempi noto non essendo il papiro e in appresso la carta di cotone nella Germania e nell Inghilterra si facesse uso esclusivamente in quelle provincie della pergamena. Non ben s'intende nè pure ciò che dire si vogliano i compilatori di quel Dizionario asserendo che alla tela di canapa è dovuta la conservazione degli antichi manoscritti. Si soggiunge che a quest oggetto adoperavansi la corteccia del papiro e la pergamena con che non si sarebbe mai fatta tela di canapa ma che la difficoltà di procurarsi in occidente quel vegetabile prezioso proprio soltanto dell Egitto fece rinunziare a quell uso; si cita quindi Eustazio il quale asserisce che nel XII secolo perduta erasi interamente l'arte di fabbricare il papiro. Questo vuol dire che al papiro ed alla pergamena non mai alla tela di canapa si può ascrivere la conservazione degli antichi codici.

Quanto alla pergamena si nota in quel Dizionario che i monaci i quali nell età di mezzo erano quasi i soli copisti ed amanuensi trovaronsi talvolta troppo poveri per potersi procurare le membrane necessarie per formare de libri . Si stabili dunque nella Grecia verso il secolo XI e quindi in Europa nei tre secoli successivi il costume di cancellare per mezzo di certe lozioni o bagnature la scrittura degli antichi manoscritti in pergamena affine di servirsene per iscrivere trattati di altre materie ma più sovente leggende o omilie. Questa e l'origine dei così detti palinsesti perchè fortunatamente la negligenza con cui fu eseguita la raschiatura o la lavatura delle antiche pergamene lasciò luogo a distinguere sotto le nuove linee della scrittura linee o frasi intere dell'antica.
I lumi della moderna chimica vennero pure per buona sorte in soccorso degli eruditi e dei paleografi onde fare sparire i nuovi caratteri dei codici rescritti e far ricomparire gli antichi. Non è tuttavia esatto ciò che si legge nel citato Dizionario delle Origini che forse non ci sarebbe rimasto un solo degli antichi scrittori classici se non si fosse portata dall Oriente in Europa verso il secolo XIII l'arte di fabbricare la carta di cenci.

Osserveremo per ultimo che gli antichi italiani conoscevano una carta detta non nata così chiamata perchè fatta di pelle d'animale tratto dal ventre della madre avanti che nascesse. Questa era forse una specie di pergamena finissima della quale si trovano tuttora alcuni saggi negli antichi codici e nelle antiche scritture.

La Carta

Navigando su internet alla scoperta di libri sulle invenzioni degli ultimi due secoli mi sono soffermato su googlebooks e ho trovato le seguenti informazioni sulla carta e le sue origini su un vecchio scritto dei primi dell'ottocento, e naturalmente riporto stralci che aiuteranno il nostro sapere. Recita così:
"CARTA Composto che si fa lo più di cenci o lini macerati e riduce in fogli sottilissimi per di scrivervi. Negli antichi nostri scrittori si legge che all epoca in cui fu scritto il Decamerone del Boccaccio si facevano i libri come in di carta o pecorina o alla quale fu poi sostituita di cenci di lino e non più si facevano di tavole come ne tempi antichi.

Nel Dizionario francese delle Origini si nota che secondo Plinio gli antichi scrissero da prima sopra foglie di palma poi sopra eorteccie di alberi donde credesi derivato il nome di liber si soggiugue che in appresso si fece uso di tavolette intonacate di cera sulle quali scrivevansi i caratteri con un punto o uno stilo del quale una estremità era acuta a line di potere scrivere e l'altra piatta ad oggetto di potere cancellare.

Finalmente si dice nello stesso Dizionario si introdusse l'uso della carta ma questa consisteva in fogli preparati per essere scritti formati colla corteccia di una specie di canna detta papyrus donde i Francesi credono derivato il nome loro di papier. Questa pianta cresceva sulle rive del Nilo e produceva una quantità di tronchi o fusti triangolari alti sei o sette cubiti ma gli eruditi non convengono tra di loro sull epoca in cui gli uomini cominciarono a servirsi del papiro per iscrivere. Peuchet nella sua introduzione al Dizionario universale della Geografia del Commercio cita Varrone che quella scoperta colloca sotto il regno di Alessandro e precisamente nell epoca in cui quel principe fondò la città di Alessandria d Egitto.

Ma quella opinione di Varrone è combattuta da Plinio fondato sulla testimonianza di uno storico il quale diceva che un romano lavorando un terreno ch egli aveva sul Giauicolo trovò iu una cassa di pietra i libri del re Numa scritti sopra fogli di papiro. Egli narra altresì che Mucieno che era stato tre volte consolo assicurava di aver veduto in un tempio mentr egli era prefetto della Licia una lettera scritta da Troja da Sarpedone re della Licia stessa sopra un papiro dell Egitto.

Si soggiugne nel citato Dizionario che nei libri di Omero, di Erodoto, di Eschilo, di Platone, ecc trovatisi prove dell'uso di una carta o del papiro in Egitto avanti la fondazione di Alessandria.

Si fa osservare in questo luogo che in Francia ed in Germania duranti i secoli V e VI non si fece uso di altra materia per iscrivere che nel VII ed VIII secolo i canbiamenti avvenuti nell Oriente per le incursioni degli Arabi obbligarono i popoli settentrionali dell' Europa a far uso della pergamena ma che si tornò per qualche tempo a scrivere sul papiro che ancora si adoperava nel XI e anche nel XII secolo. Questo passo del Dizionario Origini abbisogna di qualche correzione perchè 

  1. non è vero che V e VI secolo non si facesse uso se non se dal papiro giacche dai Romani era stato introdotto e trasmesso ai popoli da essi soggiogati l'uso simultaneo della pergamena e del papiro 
  2. non può dirsi a rigore che tutta l'Europa settentrionale fosse ridotta a servirsi pergamena nei secoli VII ed Vili continuato essendosi a scrivere papiro in Italia massime nelle Provincie dominate dai Greci e altrove
  3. non in tutte le provincie europee ma nell'Italia soltanto si continuò a scrivere papiro nel secolo XI e forse nel XII mentre oltremonti si faceva uso esclusivamente della pergamena ne provare la tesi che si adoperasse papiro può giovare l'osservazione la carta di stracci non fosse inventata se non che nel secolo XII 
Benchè non si conosca precisamente l'epoca del primo stabilimento delle cartiere in Europa maggiore oggetto di disputa forma l'invenzione della carta di stracci che non si sa bene a chi attribuire. Scaligero pretende che quella invenzione si facesse nella Germania il marchese Mauei non conte come è scritto nel citato Dizionario con molta erudizione si studia di rivendicare quella invenzione agli Italiani altri pretendono che alcuni Greci rifuggiti a Basilea insegnassero colà l'arte di fabbricare la carta bombicina o di cotone che nel loro paese praticavasi. Ma è assai più probabile che i Greci rifuggiti in maggior numero in Italia anzi che in altri paesi portassero e tra di noi spargessero l'arte di fabbricare quella carta detta anticamente hambacina o anche cotonien della quale assai antico trovasi l'uso in Italia.
Nel citato Dizionario delle Origini si dice che quella carta di cotone sembra essere stata sostituita al papiiro presso gli Orientali verso il X secolo il che non è ben chiaro può ammettersi tuttavia che l'uso di quella carta introdotto dagli Arabi si estendesse moltissimo nell impero di Oriente massimo nel XII secolo e che l'uso non ne diventasse generale se non che verso il principio del secolo XIII, si riconosce tuttavia anche dai Francesi che quella carta non era ancora molto conosciuta dai Latini eccettuati alcuni paesi d Italia che esercitavano continuo traffico colla Grecia il che maggiormente conferma che quell arte passata era probabilmente dai Greci agli Italiani.

domenica 9 settembre 2012

Olivetti e la produzione italiana - 4di5


Gli anni della seconda guerra mondiale denotano un innato attivismo politico da parte di Adriano. Già attraverso l’azienda Olivetti egli cerca con ogni mezzo di supplire alle carenze legislative, politiche ed economiche di cui erano vittime le classi operaie. Durante la sua vita scrive infatti tre libri: L’Ordine politico delle Comunità, nel 1947; Società, Stato, Comunità, nel 1952 e Città dell’uomo, nel 1960. In essi si pùò tracciare un filo conduttore che delinea il progetto di politico Adriano. Durante la guerra è invece spiato dalla polizia fascista che nel fascicolo a lui dedicato lo bolla come “sovversivo”. Dopo la caduta del fascismo, è arrestato da Badoglio perché cerca di avvertire gli Usa di non fidarsi di lui. Tornato libero, rimane per un po’ in clandestinità, poi ripara in Svizzera. Durante l’esilio in Svizzera (1944-1945) collabora con la Resistenza, frequenta assiduamente Altiero Spinelli, teorico dell’unità europea, e completa la stesura del libro L’ordine politico delle comunità, pubblicato alla fine del 1945. Vi sono espresse le idee alla base del Movimento Comunità, che fonda nel 1947, con una serie di proposte intese a istituire nuovi equilibri politici, sociali, economici tra i poteri centrali e le autonomie locali. La rivista “Comunità”, che inizia le pubblicazioni nel 1946, diventa il punto di riferimento culturale del Movimento.

Nel dicembre del 1943 muore Camillo e Adriano alla fine della guerra ritorna alla guida della società. Nel 1940 l’Olivetti ha intanto brevettato la prima macchina da calcolo progettata e interamente costruita ad Ivrea, la MC4S Summa, disegnata da Marcello Nizzoli . Quest’ultimo inizia una fortunata collaborazione con l’azienda. Negli anni successivi disegna la nuova macchina per scrivere Lexikon 80 e la calcolatrice Divisumma 14, che escono nel 1948 e segnano una svolta importante nel campo della scrittura e del calcolo meccanico. Due anni più tardi è di nuovo protagonista con la macchina per scrivere portatile Lettera 22, che guadagnerà il Compasso d’oro nel 1954 ed un posto permanente nel Museo d’Arte Moderna di New York. Esce infine nel 1956 la calcolatrice Divisumma 24, progettata da Natale Capellaro e disegnata sempre da Marcello Nizzoli, che avrà uno straordinario successo in tutto il mondo tanto che nel 1958 si registra che sui mercati internazionali l’esportazione si aggira intorno al 60% dell’intera produzione Olivetti. Viene presentata anche la macchina per scrivere Lexikon Elettrica: è il primo modello elettrico. Siamo agli albori dell’avventura elettronica olivettiana.

Olivetti e la produzione italiana - 3di5

Gli anni 30’ non segnano solo l’ascesa di Adriano in azienda, parallelamente egli incontra il razionalismo e l’architettura moderna, un momento fondamentale per il primogenito di famiglia Olivetti oltre che per l’impresa stessa. Inizia infatti a delinearsi la strategia con la quale l’Olivetti diviene un’azienda all’avanguardia in tutti i sensi. In secondo luogo Adriano si fa interprete ne anticipa il concetto di quella che noi oggi chiameremmo corporate identity, generando ed un esempio riconosciuto universalmente in cui c’è il tentativo riuscito di dare un’unità identitaria a tutti i livelli della società. Fra il 1931 ed il 1934 Adriano soggiorna a Milano con uno specifico incarico aziendale. Nel capoluogo lombardo frequenta la Triennale, conosce i giovani architetti Luigi Figini e Gino Pollini con i quali inizia una amicizia che si protrarrà per i successivi trent’anni. Affida ai due giovani lo studio dell’ampliamento dello stabile di via Jervis, progetto che parte nel 1934 per concludersi nel 1958. Questa fabbrica diventa uno degli esempi più completi di “razionalismo” in Italia. Figini e Pollini fanno parte infatti del “Gruppo 7” che segue le avanguardie internazionali degli anni Trenta, con un riferimento preciso all’opera di Le Corbusier. Adriano alla fine del 1934 affida loro anche il progetto urbanistico di un nuovo quartiere ad Ivrea, documento che egli stesso firma. In questa circostanza l’imprenditore inizia una corrispondenza anche con Le Corbusier con il quale discute e si incontra intorno al 1936, senza però realizzare una vera e propria diretta collaborazione, che avverrà invece vent’anni dopo attraverso il figlio, Roberto. Ancora più importante è il piano regolatore della Valle d’Aosta, esperienza che porta Adriano a ricercare altri giovani architetti ed urbanisti, individuati tramite le Triennali e Casabella. Di fronte ad essi ed alla loro assolutezza giovanile ricorda che «bisogna dar voce all’uomo della strada», lascia larga iniziativa, pur conservando sempre l’ultima parola. Le idee sono comunque spesso convergenti, gli architetti conservano verso Adriano una grande fiducia, come testimoniano queste righe di Ernesto Nathan Rogers: «Non ho mai conosciuto un cliente come lui che, quando criticava un progetto, non era per impoverirlo ma se vi faceva rifare i disegni era per incoraggiarvi ad essere di più: più attuali nell’immaginazione, più attuali nelle idee, in una parola, a essere più veri». Oltre che l’ampliamento della stessa fabbrica, Adriano fa costruire delle filiali in Italia ed all’estero (a Pozzuoli, in Brasile, Spagna, Argentina, Messico e Stati uniti), e i complessi abitativi per gli impiegati, dotati di spazi comuni, biblioteche, asili nido. L’ambiente di lavoro viene così disegnato dall’imprenditore secondo una logica di famigliarità e accoglienza dove l’essere umano ha una sua dignità inalienabile.